Un nuovo capitolo nella infinita saga alla ricerca dell’identità di Satoshi Nakamoto
Il 22 aprile 2026 debutterà Finding Satoshi, il documentario co-diretto da Tucker Tooley e Matthew Miele che promette di risolvere una volta per tutte uno dei più grandi enigmi del nostro secolo: chi è davvero il creatore di Bitcoin, l’uomo (o la donna, o il gruppo) che si nasconde dietro lo pseudonimo Satoshi Nakamoto.
Il film segue un’indagine durata quattro anni condotta dal giornalista William D. Cohan (autore bestseller del New York Times) e dall’investigatore privato Tyler Maroney.
Include interviste a pesi massimi del mondo crypto come Michael Saylor, Fred Ehrsam, Joseph Lubin e una fugace apparizione di Bill Gates. Brian Armstrong, co-fondatore di Coinbase, lo ha già definito “l’analisi più riflessiva mai vista” e sostiene che abbia “trovato la risposta giusta”.
Il trailer e i materiali promozionali parlano senza mezzi termini di “risposta definitiva” a uno dei grandi misteri finanziari del XXI secolo.
Sembra tutto perfetto. Peccato che lo abbiamo già sentito troppe volte.
Dal 2009, quando Satoshi pubblicò il white paper e sparì nel nulla dopo aver (forse) minato circa un milione di bitcoin, una vera e propria industria parallela si è sviluppata intorno alla caccia all’identità.
Libri, articoli, documentari, inchieste giudiziarie: tutti hanno giurato di avere “la prova definitiva”.
Tutti hanno fallito, spesso in modo imbarazzante.
Prendiamo il caso più famoso del 2014.
Newsweek pubblicò in copertina un articolo della giornalista Leah McGrath Goodman che identificava con certezza un ingegnere californiano di origini giapponesi: Dorian Prentice Satoshi Nakamoto. Il nome coincideva, il background tecnico sembrava plausibile, le prove sembravano schiaccianti. Risultato? Il povero Dorian venne assediato dai media per giorni, negò tutto (“Non ho mai sentito parlare di Bitcoin”), e l’articolo fu smontato pezzo per pezzo. Un fiasco colossale, tanto che persino 60 Minutes, con tutte le sue risorse, dichiarò la missione “impossibile”.
Poi arrivò Craig Wright, l’imprenditore australiano che nel 2015-2016 si presentò al mondo come Satoshi ma che divenne tristemente noto con l’appellativo di Faketoshi.
Articoli su Wired, interviste a BBC, Economist e GQ, una campagna mediatica planetaria. Wright produsse persino “prove” tecniche e firmò documenti come “Satoshi Nakamoto”.
Per un breve periodo convinse persino alcuni sviluppatori storici.
Poi tutto crollò: prove false, contraddizioni, e nel 2024 un tribunale britannico lo ha dichiarato ufficialmente un impostore, condannandolo per frode e falsa testimonianza.
Il suo caso è diventato un caso di studio di come l’ego e la sete di attenzione possano trasformare un mistero in una farsa giudiziaria, e ora i bitcoiner affermano che “tutti possiamo essere Satoshi Nakamoto, tranne lui”.
Nel 2024 è toccato all’HBO con il documentario Money Electric: The Bitcoin Mystery di Cullen Hoback. Dopo mesi di promozione, il film puntava il dito su Peter Todd, programmatore canadese e veterano di Bitcoin.
Hoback presentava “prove” digitali e un confronto drammatico.
Risultato? Todd ha riso in faccia alla telecamera definendo la teoria “ludicrous”. La community ha demolito le argomentazioni in poche ore su X e forum. Un altro “reveal” finito nel cestino della storia
E non sono solo articoli e film.
Anche i libri hanno fallito lo stesso obiettivo.
Benjamin Wallace, uno dei primi giornalisti ad aver scritto di Bitcoin su Wired nel 2011, ha dedicato quindici anni alla ricerca, culminati nel libro The Mysterious Mr. Nakamoto: The Fifteen-Year Quest to Unmask the Secret Genius Behind Crypto (uscito nel 2025). Wallace ha analizzato stili di scrittura, tracce tecniche, candidati come Nick Szabo, Hal Finney e altri. Ha raccontato centinaia di piste. Ma alla fine anche lui ha dovuto ammettere che il tempo, la memoria e l’anonimato progettato da Satoshi rendono una soluzione “oltre ogni ragionevole dubbio” sempre più lontana.
Altri tentativi – da teorie su Len Sassaman a inchieste minori come il documentario Channel 4 Seeking Satoshi – hanno seguito lo stesso copione: annunci sensazionali, prove circostanziali, smentite immediate.
Perché allora dovremmo credere che Finding Satoshi, nonostante i quattro anni di lavoro, le interviste illustri e l’endorsement di Armstrong, sia diverso?
Il film non ha ancora rivelato il nome (i trailer lo tengono nascosto per creare suspense), ma promette “prove concrete”.
Le stesse parole usate da Newsweek, da Wright, da Hoback.
E ogni volta la community crypto ha reagito con lo stesso scetticismo: perché Satoshi ha scelto l’anonimato?
Perché non ha mai mosso un satoshi dai suoi wallet?
Forse proprio perché l’identità non conta.
Bitcoin non è una persona: è un’idea, una scoperta, un sistema che funziona a prescindere da chi lo ha scritto.
Il rischio è che questo nuovo documentario, come tutti i precedenti, trasformi un mistero affascinante in un circo mediatico.
E che, una volta sgonfiata la bolla, resti solo l’amara constatazione: l’ennesimo tentativo deludente di dare un volto a qualcosa che, forse, è più potente proprio perché senza volto.
Il 22 aprile lo scopriremo.
Ma la storia – quella vera, fatta di fallimenti documentati – ci invita a mantenere un sano scetticismo.
Satoshi Nakamoto ci ha regalato Bitcoin come strumento di libertà, e coerente con i principi della privacy è voluto sparire.
Probabilmente dovremmo ringraziarlo rispettando questa sua scelta.
Finding Satoshi | Official Trailer https://www.youtube.com/watch?v=gVxAwomug08
Premiere: ‘Finding Satoshi’ Trailer Shows Four-Year Investigation Into Mysterious Bitcoin Creator
https://www.complex.com/life/a/tracewilliamcowen/finding-satoshi-trailer-bitcoin-creator